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mercoledì, 12 marzo 2008

Ira nella periferia del corpo e nel cuore, ira - Sant'Orsola Martire 

Fin troppo breve è il passo tra dannazione e santità. Signore, pietà.

Prima che i sette cavalli e cavalieri, rossi di brace lascino i cieli, Sant’Orsola, prega per noi.

Kyrie audi nos.

Prega per te, bambina, che il giudizio si avvicina. Sette cavalli rossi dalla notte senza stelle, sette cavalieri, verranno e ti trascineranno per le scarpe di vernice e sarai veloce com’è veloce il vento.

Kyrie exaudi nos.

La mano che accarezza e la mano che colpisce, Orsola.

La mano di tuo padre sulla tua guancia. La mano che chiede e la mano che impone, Orsola, piccola Orsola. Cosa pretende? Le nozze con Ereo, re di terre lontane e sacrileghe, ignorando che è il Cristo che vuoi per sposo.

La mano che accarezza e la mano che colpisce, Orsola. La mano di tuo padre sulla tua guancia.

La mano che chiede e la mano che impone, nel guanto di pelle.

Beve latte nero dal suo calice, a cena, i baffi imbrattati e molli e i denti macchiati. Chini la testa, rigidamente, per non vederlo e lui alza la coppa.

Mentre annuisce, vincitore, beve latte nero e tu ingoi tenebra, piccola Orsola, quasi sposa di Cristo, quasi sposa di Ereo.

Ira nelle periferie del corpo e nel cuore, ira.

“Andrai in sposa a Ereo, Orsola, piccola Orsola -

La mano che colpisce

- ma esaudirò un tuo desiderio Orsola, piccola mia”

La mano che accarezza.

E tu lo guardi, lui e i suoi baffi neri gocciolanti di latte, le sue mani e i suoi guanti di pelle, lo guardi e il neon nella stanza manca il respiro, inciampando la luce con il riverbero del lampo sulle tue guance, sul latte nero in un calice.

“Sposerò Ereo, padre, ma voglio -

Ira

- voglio undicimila vergini -

Nelle periferie del corpo

- da iniziare ai monasteri d’Europa, da sposare al Cristo -

E nel cuore

- undicimila vergini al posto mio”

Ira.

E poi via, piccola Orsola, con i capelli legati in trecce corvine, le labbra serrate e gli occhi chiusi, con il velo della sposa sulla fronte. Che la notte non entri, la notte senza luna, la notte nera, che non entri l’autostrada con le sue luci metalliche e gialle. Tieni gli occhi chiusi.

Che non entri il mare burrascoso e nero. Lui è terribile, ma tu lo sei di più.

Ira nelle periferie del corpo e nel cuore, ira. Chiudi le labbra.

E quando giri la testa tra i merletti, le hai tutte alle spalle.

Undicimila bambine. Undicimila sciocchine.

Tutte strette mano nella mano, gli occhi grandi e impauriti. Loro volevano le luci e le autostrade, volevano i mari. Nei loro sogni c’era un Ereo per ognuna. Oltre gli oceani e oltre le montagne, c’era un Ereo. Avranno invece latte nero e il Cristo, che doveva essere il tuo, il Cristo stretto ad una croce blu.

Undicimila spose per il Dio che immolò se stesso, undicimila nei monasteri d’Europa, in cambio della sposa di Ereo.

Che siano rinchiuse, che vi marciscano. Undicimila bambine, undicimila sciocchine.

Il tuo esercito di vergini in marcia, Orsola, piccola mia.

E infine entri nella tua ferita.

Entri a Colonia, con il velo sul viso.

Non c’è Ereo che ti aspetta, ma un re c’è.

Non c’è Ereo a Colonia, c’è la morte con un viso di cera, che i popoli ad est chiamano Attila. Ha atteso a lungo e assedia le terre. Passa Ereo a fil di spada senza fermarsi, senza curarsi di gemiti, parole o sorrisi ed Ereo cade sulla terra nera. Cristo sarebbe stato uno sposo più resistente, piccola Orsola, uno sposo più fedele.

Passa Ereo a fil di spada, beve latte nero sul suo trono di legno e ti guarda a lungo, ti vuole per sé.

E per ogni passo che lo avvicina gli mandi avanti una ragazza, una per una del tuo esercito di vergini. Una per una, undicimila bambine.

E una per una le fa sgozzare, undicimila sciocchine.

Undicimila vergini morte per Cristo, morte per te.

Ira nelle periferie del corpo. Le spingi piano con il piede, ora che non ne hai più da porre a baluardo tra te e la morte con il viso di cera, ti mordi le labbra. E nel cuore, ira.

Allunga una mano al tuo viso, Attila che è la morte con un viso di cera, ti cerca sotto al velo.

La mano che accarezza e la mano che colpisce, Orsola.

La mano di Attila sulla tua guancia. La mano che chiede e la mano che impone.

“Sarai mia sposa, Orsola, piccola Orsola -

La mano che colpisce

- ma esaudirò ogni tuo desiderio Orsola, piccola mia”

La mano che accarezza.

E tu lo guardi, lui e le sue labbra gocciolanti di latte e la sua mano di cera, lo guardi e i lampioni sulla strada hanno mancato il respiro, inciampando la luce con il riverbero del lampo sulle tue guance, sul latte nero in un calice.

Non sa che volevi Cristo come sposo, che per lui hai fatto trucidare undicimila bambine, senza curarti di gemiti, parole o sorrisi.

“No” dici, piccola Orsola. Dici di

“No.”

Dici di

“No”

quando il suo sguardo si adombra, e rimane

“No”

quando ti fa inginocchiare. Sempre

“No”.

E lo vedi che ha il fuoco di rabbia negli occhi, le fiamme fosche dello sposo rifiutato. Lui è terribile. Ma tu lo sei di più.

La tua parola è,

“No”

ceralacca marchiata a fuoco sulle labbra anche nel momento in cui ti bacia la tempia con la canna fredda della semi automatica, quel bacio freddo di ira, nel cuore.

“Dì solo una parola e io sarò salvato” ti implora.

Tu taci e fai cenno di no, Orsola, piccola Orsola, e cadi con le tue vergini, sotto i lampioni che mancando il respiro e inciampano la luce sul tuo viso.

Prega per te, bambina, che il giudizio si avvicina. Sette cavalieri rossi scendono in un boato di nubi, a trascinarti per le scarpe di vernice. Per te, bambina, li sento, dalla finestra li vedo.

Kyrie eleison.

 

Contest Sins & Sinners by The Angel of Death

LestatTheVampire
| 21:03 | commenti (115) | link  |
Categoria: sins and sinners contest

venerdì, 07 marzo 2008

 

“Mi affronteresti a viso aperto? Affronteresti apertamente, carne a carne, questi artigli?
Tu risponderesti di si. E' nella tua natura e nella tua stessa vanità, è un tuo obbligo, non dover deludere questo gregge di illuminati che hai abbagliato.”

 

Sono stato sfidato. Da qualche giorno a questa parte, qui, si è fatto avanti qualcuno che, citando testuali parole, ha tanta voglia di sfregiare quel visino di madreperla con i miei artigli. Vorrei tanto spaccarti il torace e strapparti quel cuore imputridito.”  Sacre bleu! Come non si può soccombere davanti a tanto amore?

Dall’ultima battaglia seria è passato così tanto tempo, n’est ce-pas? L’antico brivido della caccia inaspettata e dell’ignoto dà un altro giro di vite.

Il mio sfidante è riemerso dalle tenebre in una nuova alba e si è presentato sulla mia soglia. Vede il mio corpo astrale, dice. Le ferite sulla mia schiena liscia. L’energia con cui gioco e che gioca con me.

Mon Dieu. Un nemico dalla vista acuta, n’est ce-pas?

Bien, mon cher. Accetto la vostra sfida, poiché, come avete intuito, non è mio costume lasciare cadere i guanti una volta lanciati. Ho compreso quale viaggiatore siete stato e quando siete già passato qui. Questo, naturalmente, aumenta solo la mia curiosità. E l’impazienza delle mie fauci.

Dunque? Da che parte devo aspettarvi, Monsieur che vedete lontano? Non lasciatemi solo.

 

 

In quanto a Rosencrantz e Guildersten: il punto è proprio quello. Il morire che è l’apice della tragedia, il momento che dà significato a tutto ciò che è avvenuto prima: la riflessione stessa di Amleto. La pace che fu negata a Orazio.

Ci si potrebbe perdere l’eternità, sul gusto di quel baratro.

LestatTheVampire
| 16:30 | commenti (25) | link  |
Categoria: aestheticism, sins and sinners

lunedì, 03 marzo 2008

 

Hanno come unico scopo -nella tragedia- quello di morire.

Fu tutta colpa di Rosencrantz e Guildersten.
Tutta.
O quasi.

LestatTheVampire
| 14:50 | commenti (44) | link  |
Categoria: sins and sinners

martedì, 19 febbraio 2008

 

"Ha un suo splendore tenebroso aggirarsi per sempre nel territorio dell'incubo." 



Anne Rice - The Vampire Lestat

LestatTheVampire
| 16:13 | commenti (49) | link  |
Categoria: aestheticism, vampire chronicles

domenica, 17 febbraio 2008

Riflessioni sul dandismo e sull'arroganza 

"Vede, signora, quello che penso di lei
non è più grave di quanto lei pensi di se stessa"
Stefano Lanuzza

Sono orgoglioso, egocentrico, adoro l’attenzione altrui, voglio essere desiderato da Dio e dal diavolo. E va bene. Lo sapete tutti.

Non sono mai stato innocente: ho sempre cercato il mito; ho risposto a scenate d’ira con le mie o, in alternativa, con il sorriso beffardo che ha indotto molti a far stridere i denti e a guardarmi con esasperazione.

Fin troppi di voi mi hanno sentito gloriarmi dell’infamia ed esaltare la crudeltà.  

Qualcuno ha capito il mio gioco e qualcuno no. Quelli che hanno capito mi hanno risposto con lo stesso sorriso obliquo. E io li ho visti.

Quelli che non hanno capito mi hanno mandato al diavolo, oppure - ancora peggio - hanno preso le mie parole e i miei modi e li hanno usati come vessilli sciocchi.

La mia arroganza, la mia superiorità, sono una maschera. E voi sapete bene quanto io ami le maschere, quanto giochi con esse come con la vita stessa.

La strada che ho scelto – o che ha scelto me – il dandismo di un’epoca ormai trascorsa, è una maschera. Una finzione creata ad arte.

Assisto adesso ad un fenomeno inquietante: l’elite che si fa massa. Sono circondato da falsi esteti, tutti volti ad un linguaggio vacuo e ridondante. Ho assistito in silenzio all’allargarsi del fenomeno: bambini piatti e senza alcun genio pronti ad ergersi vati sulle più alte cime del Parnaso.

Mon Dieu. Sarebbe oltraggioso, se non fosse tanto divertente.

L’arroganza della mia maschera, qualcuno l’ha presa a volto. E ci crede davvero nell’esaltarsi a grande scrittore, poeta, filosofo.

Non c’è arroganza se non finzione nella vita di uno spirito aristocratico: la superiorità esibita, il porsi sopra gli altri acidamente, non è da dandy. E’ da snob.

E immagino io non debba ricordare a nessuno, qui, che snob deriva da s.nob, la dicitura che negli ameni collegi anglosassoni veniva appoggiata come prefisso al nome degli studenti non provenienti dall’aristocrazia.

S.nob significa sine nobilitate. Senza nobiltà. Degno nome di squallidi arrampicatori sociali, converrete. Usare l’arte e la letteratura per porsi al di sopra degli altri con l’arroganza e la boria che sono stato costretto ad osservare in queste ultime notti è un atteggiamento becero, a mio parere.

E poiché il mio parere è l’unico che conta, nel mio Giardino Selvaggio, ecco che è becero e basta.

Par bleu. L’ho rifatto, n’est-ce pas? Ma ecco che chi riconosce il mio gioco, chi vede la maschera, sorride obliquo. Andiamo avanti, dunque.

Il dandy – o il gentleman o ancora l’esteta del secolo decimottavo – non sono snob o raffinés che temono di accarezzare un gatto per sporcarsi la mano. Sono l’ultimo bagliore d’eroismo in questo mondo disastrato.

Come Cirano abbatte il prepotente, non l’indifeso che non ha mezzi. Come Don Chisciotte si scaglia contro nemici troppo potenti da abbattere, perché la sua vita sta nella battaglia e non altrove. Come Odisseo cerca l’assoluto e senza di esso non trova pace. Non è un inutile, pavido, didattico ammaestratore di rime.

Tra il sapere tutto e il sapere niente, sceglie il non sapere niente: una condizione che permette ben più possibilità di sviluppo. Se ha una grande cultura cui attingere – e ce l’ha – non fa sfoggio: non sarebbe elegante. Una simile ostentazione di ricchezza imborghesirebbe anche l’animo più rivoluzionario, chiedete a Lord Brummel.

Concludo dicendo che nessuno più di me ha amato il byroniano motto: “I never loved the world, not the world me” ma fingersi poeti maledetti o filosofi consumati quando non lo si è, rende semplicemente ridicoli.

Di questo a me importa poco.

E’ quando si infanga la mia stirpe di uomini beffardi e donne affascinanti, con le loro maschere sapienti che sono la mia, che mi sento in diritto di azzannare qualche morbida giugulare. Sempre con grande eleganza, naturalmente. 

LestatTheVampire
| 18:31 | commenti (32) | link  |
Categoria: aestheticism, sins and sinners

venerdì, 15 febbraio 2008

Odysseus - Guccini 

Bisogni che lo afferri fortemente
che, certo, non appartenevo al mare
anche se Dei d’Olimpo e umana gente
mi spinsero un giorno a navigare
e se guardavo l’isola petrosa
ulivi e armenti sopra a ogni collina
c’era il mio cuore al sommo d’ogni cosa
c’era l’anima mia che è contadina;
un’isola d’aratro e di frumento
senza vele, senza pescatori,
il sudore e la terra erano argento
il vino e l’olio erano i miei ori.

Ma se tu guardi un monte che hai di faccia
senti che ti sospinge a un altro monte,
un’isola col mare che l’abbraccia
ti chiama a un’altra isola di fronte
e diedi un volto a quelle chimere
le navi costruii di forma ardita,
concavi navi dalle vele nere
e nel mare cambiò quella mia vita
ma il mare cambiò quella mia vita
ma il mare trascurato mi travolse:
senza futuro era il mio navigare

Ma nel futuro trame di passato
si uniscono a brandelli di presente,
ti esalta l’acqua e al gusto del salato
brucia la mente
e ad ogni viaggio reinventarsi un mito
a ogni incontro ridisegnare il mondo
e perdersi nel gusto del proibito
sempre più in fondo

E andare in giorni bianchi come arsura,
soffio di vento e forza delle braccia,
mano al timone e sguardo nella pura
schiuma che lascia effimera una traccia;
andare nella notte che ti avvolge
scrutando delle stelle il tremolare
in alto l’Orsa è un sogno che ti volge
diritta verso il nord della Polare.
E andare come spinto dal destino
verso una guerra, verso l’avventura
e tornare contro ogni vaticino
contro gli Dei e contro la paura.

E andare verso isole incantate,
verso altri amori, verso forze arcane,
compagni persi e navi naufragati;
per mesi, anni, o soltanto settimane?
La memoria confonde e dà l’oblio,
chi era Nausicaa, e dove le sirene?
Circe e Calypso perse nel brusio
di voci che non so legare assieme.
Mi sfuggono il timone, vela e remo,
la frattura fra inizio ed il finire,
l’urlo dell’accecato Poliremo
ed il mio navigare per fuggire.

E fuggendo si muore e la morte
sento vicina quando tutto tace
sul mare, e maledico la mia sorte
non trovo pace
forse perché sono rimasto solo
ma allora non tremava la mia mano
e i remi mutai in ali al folle volo
oltre l’umano.

La vita del mare segna false rotte,
ingannevole in mare ogni tracciato,
solo leggende perse nella notte
perenne di chi un giorno mi ha cantato
donandomi però un’eterna vita
racchiusa in versi, in ritmi, in una rima,
dandomi ancora la gioia infinita
di entrare in porti sconosciuti prima

LestatTheVampire
| 16:30 | commenti (15) | link  |
Categoria: music, poetry, aestheticism

What A Conversation 

E' l'estasi languida
E' la stanchezza d'amore
tutti i brividi dei boschi
nella morsa dei venti
è il coro di piccole voci
verso le grigie fronde.

Verlaine

 

LestatTheVampire
| 00:38 | commenti (5) | link  |
Categoria: poetry, vampire chronicles, amour

sabato, 09 febbraio 2008

 

"Nessuno porta la ferita con quell'indifferenza nostra"

LestatTheVampire
| 16:16 | commenti (31) | link  |
Categoria: aestheticism

sabato, 02 febbraio 2008

 



Ero eccitato.

Sentivo la possibilità di un’esperienza travolgente, entrando insieme a Nicki nelle stanze private del nostro ospite, seguendolo a breve distanza.

Vlad Dracul.

Le immagini nella mia mente si susseguivano rapide, indugiando sulle descrizioni dell’animalesco Conte Dracula di Bram Stoker o sulle trasposizioni cinematografiche degli ultimi decenni.

E adesso era lì davanti a me, alla faccia delle fantasie dei mortali e degli stupidi viaggi di Louis in Europa.

Eccolo, dunque, il Principe Vlad. L’impalatore, lo chiamavano. Di certo era una bell’etichetta.

Le stanze che chiuse dopo il nostro ingresso erano ampie e lussuose, come se un arredatore audace avesse fuso insieme la pratica modernità di questo secolo e l’opulenza dei satrapi d’oriente.

Mi ricordava, la miscellanea, il mio appartamento a New Orleans arredato come lo era stato nel settecento, pur vantando ogni comfort immaginabile.

Nicki si abbandonò sul divano, osservando Vlad con bramosa curiosità e io mi accomodai al suo fianco

“Affollata, la mia Parigi” Sussurrai.

Vidi Vlad sorridere, come se mi fossi complimentato per la scelta dei rivestimenti.

Anche lui aveva avvertito l’energia potente che serpeggiava per le strade e ne era incuriosito, disse, ma non abbastanza da andarsi a cercare rogne.

Mi giudicava incosciente, per avere preso quella presenza minacciosa sotto gamba. Come se non ne avessi già abbastanza dei rimbrotti di Marius, che da Roma mi arrivavano a singhiozzi. Lui sembrò altrettanto famelico avvicinandosi a guardarci negli occhi, una mano premuta sulla mia, l’altra sulla coscia di Nicolas.

Davvero incontri memorabili, a Parigi, n’est-ce pas?

Avrei voluto che mi parlasse dei secoli che aveva vissuto, che confermasse o chiarisse le scempiaggini dei romanzieri che lo avevano voluto protagonista.

Invece, ci trovammo a parlare del Talamasca.

“Si, li abbiamo incontrati.” Laconico, Nicki, passando lo sguardo da Vlad a me.

Sogghignai.

Vlad indurì l’espressione.

“Davvero affollata la nostra Parigi.” Disse alla fine. La sua stretta divenne una carezza possessiva. Ci osservò a lungo, prima di increspare le labbra beffarde. “Non mi resta che prendervi entrambi sotto la mia protezione”

Scoppiai a ridere.

“Proteggerci, mon ami? Davvero pensi che sia necessario?”

Il mio orgoglio rilucente mi abbagliò: io? Avere bisogno della protezione di un altro vampiro?

D’accordo, avevo implorato più volte l’aiuto di Marius e di Armand, ma…

“Non sottovalutare gli avversari che non conosci.”

Vlad con una parrucca bionda e senza pizzetto sarebbe somigliato a de Romanus in maniera drammatica.

Nicki sorrise. Le mie espressioni erano un libro aperto per lui, per quanto la mia mente gli fosse preclusa. “Sarebbe un’alleanza davvero potente.”

“Sei saggio, Nicolas.” Mormorò di rimando Vlad di Valacchia.

Valutai l’idea. Poteva proteggerci, se lo desiderava. Era abbastanza intrigante ed io ero eccitato.

Sentivo la possibilità di un’esperienza travolgente.

LestatTheVampire
| 01:29 | commenti (23) | link  |
Categoria: nuove cronache

giovedì, 31 gennaio 2008

Da "Ratman" di Leo Ortolani 





...

LestatTheVampire
| 17:02 | commenti (27) | link  |
Categoria: jeu

Ricordati di me

In catene ho dettato queste parole al mio amico scrivano. Venite con me. Basta che mi ascoltiate. Non lasciatemi solo.

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Nome: Lestat de Lioncourt

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...mondi senza fine, Amen.

La grande danza cuore a cuore che avviene quando la vittima si indebolisce e io mi sento espandere, assimilo la morte che, per una frazione di secondo, sfolgora immensa come la vita.




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